Patriarcato: dal greco πατριάρχης (patriarchês), parola composta da πατριά (patria, genealogia, tribù, famiglia; parola derivata da πατήρ, pater: padre) e ἄρχω (archô – condurre, governare – da cui deriva anche ἀρχή [archê]: inizio, origine). L’origine del patriarcato coincide con la cosiddetta rivoluzione neolitica, databile fra i 10.000 e i 7.000 anni fa, quando si è passati gradualmente da un'economia basata su caccia e raccolta ad una basata sull'allevamento e la coltivazione. Abitazioni stanziali, campi e greggi, attrezzature da lavoro, luoghi di conservazione del cibo, generano il concetto di ciò che è "proprio" ad un individuo e alla sua gente: la proprietà. Nasce così il patrimonio, termine che deriva dall'unione del genitivo singolare di pater (padre) e il suffisso –monium, collegato, almeno secondo l’Accademia della Crusca, al sostantivo munus (dovere, compito). Il “dovere del padre” è quello di governare la sua gente, di accrescere (magari a spese di altri) e di conservare – e dunque di difendere dalle possibili aggressioni altrui – la proprietà, ed infine di trasmetterla. Per avere (e quindi governare) una famiglia, una tribù, una genealogia e per trasmettere gli averi c’è bisogno di due cose: di avere dei figli e di essere certi che essi siano del padre cui pertiene il patrimonio. Prima del neolitico gli esseri umani già sanno con certezza che solo le donne generano nuova prole. Nel neolitico – grazie alle attività di allevamento e osservando che le femmine degli animali in assenza di maschi non figliano – si scopre la funzione procreativa del rapporto sessuale. L'uomo che vuole o ha bisogno di figli ha perciò bisogno di una o più donne da far figliare. Nasce allora la necessità di stabilire le forme di quello che diventerà il matrimonio, vocabolo che continua la voce latina matrimonium, formata plausibilmente in maniera analoga a patrimonio. Il “compito della madre” insito nel matrimonio è quello di generare, all’interno di un vincolo con un uomo desideroso e/o bisognoso di discendenza, figli che egli possa esser certo di poter riconoscere come "suoi", e destinati dunque a divenire componenti di quella genealogia posta sotto il suo governo e ad ereditare le sue proprietà. Va da sé che la trasmissione patrilineare del patrimonio comporta l’esigenza di controllare l’attività sessuale (e dunque l'intera vita) delle donne. Alla base del potere e del controllo sulle vite delle donne che hanno contrassegnato – e in parte ancora segnano – la nostra vita associata sta infatti la necessità di garantire una riproduzione del corpo sociale all’interno delle regole e delle leggi del padre, leggi della proprietà privata e del dominio. Il potere del patriarca (capo della stirpe) sulle donne e sulla famiglia, il suo monopolio del dominio e della forza nasce, allora, con il compito del padre del procacciamento, l'accrescimento e la difesa della proprietà, con il solco dei confini e la necessità di proteggerli; con la volontà di impedire ad elementi estranei, a progenie con corredi genetici altri, di godere e appropriarsi di ciò che spetta di diritto solo alla discendenza legittima del padre, quella derivante dal matrimonio, dal dovere della madre. E se, dunque, oggi possiamo dire di essere ancora in regime di patriarcato è non tanto, e certamente non solo, perché gli uomini hanno tuttora la possibilità, o comunque la pretesa, di controllare la vita delle donne con il potere, il denaro, l’influenza, la violenza e attraverso i mille soft powers messi loro a disposizione da una società costruita per loro e concentrati ancora quasi interamente nelle loro mani. Né per sradicare il patriarcato basta che vi siano donne di potere, ricche e nell’esercizio del comando. Nemmeno se arrivano a conquistare il 50% delle posizioni apicali della società. Nonostante quote rosa e sfondamenti di tetti di cristallo, saremo sempre e ancora nel patriarcato fino a che, come nel neolitico, il fondamento sociale sarà la diseguaglianza: fra chi ha potere e chi non ne ha, fra chi ha proprietà e chi no, fra uomini e donne. Fino a che il mondo sarà strutturato su cose come i confini tra le terre e le appartenenze a religioni, nazioni, etnie, e finché queste stabiliranno delle gerarchie, delle inclusioni o delle estraneità. Finché ci saranno guerre e carneficine, vale a dire pratiche – dall’omicidio, allo stupro, alle stragi, alle azioni di guerra – che di un essere umano fanno carne: viva o morta, ma solo carne. Finché la regola generale sarà quella di accumulare sempre più patrimonio, non importa quali costi ambientali, sociali, umani questo possa comportare. Ci sarà il patriarcato finché il nostro pensiero continuerà a non concepire una alternativa a tutto questo. There is no alternative è un mantra – introdotto nel discorso pubblico da una donna che più patriarcale non si può: Margaret Thatcher – che usiamo per liberarci dal disagio che tutti, donne e uomini, proviamo nel vivere in una società selvaggiamente sessista e capitalista. Tanto selvaggiamente patriarcale che un concentrato di ogni forma di violenza legata al patriarcato come la guerra, è ormai comunemente – dovremmo dire nuovamente – normalizzata come mezzo per risolvere le controversie causate dai confini che distinguono il mio dal tuo, il vostro dal nostro, chi è padrone e chi schiavo, chi ha potere e chi no. Insomma, stiamo messi quasi come nel neolitico, quasi ancora come 7.000 anni fa. Però nell'ultimo paio di secoli le donne hanno cominciato a pensarsi. Ed hanno cominciato a immaginare, costruire, praticare, un'alternativa. La lotta è impari, lo sappiamo, ma perderla è la catastrofe per tutti. Fuck the patriarchy!


