Ci scusiamo per la crudezza della foto, che ritrae un internato a Rab/Arbe, campo di concentramento italiano in Croazia. Ma è ora che anche noi italiani cominciamo a fare i conti con il nostro passato. Specialmente nel Giorno del Ricordo, istituito dal governo Berlusconi II – Vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini – con la legge 30 marzo 2004 n. 92. Una commemorazione revanchista fin dalla data: 10 febbraio, l’anniversario del trattato di pace del 1947. Invece di festeggiare la pace ritrovata, il governo di destra/centro sceglie il lutto, con una spruzzata di neo-irredentismo per la cessione alla Jugoslavia di Fiume e di parte dei territori ottenuti col trattato di Rapallo del 1920. L’articolo 1 della legge recita: «La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». Nella formulazione ellittica «più complessa vicenda del confine orientale» si nasconde (e si confonde) una parte importante e meno divulgata della storia. Dunque, come legge prescrive, contribuiremo a ricordare alcuni dei tratti della complessa vicenda che contestualizzano «la tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe». Poiché la questione balcanica è annosa e complessa, ne ricorderemo solo un frammento, menzionando appena la persecuzione anti-slava in Venezia-Giulia messa in atto dal governo fascista e – ancor prima – dai fascisti triestini. Partiamo dall'aggressione nazifascista alla Jugoslavia dell’aprile del 1941, dalla creazione di stati-fantoccio e dall’amministrazione italiana, che dura sino all’8 settembre 1943, di circa un terzo dell’intero territorio jugoslavo ed un quinto dei suoi abitanti. Nei conflitti fra milizie nazifasciste croate (ustaša), collaborazionisti serbi (četnici) e sloveni (domobranci) e resistenza antifascista jugoslava, l’Italia sostiene collaborazionisti e ustaša nella campagna di sterminio di ebrei, rom e serbi. La repressione antipartigiana, fra rappresaglie, devastazioni di interi villaggi, stragi ed esecuzioni sommarie, comprende – fra il 1941 e l'8 settembre del 1943 – un sistema di campi di concentramento e l’internamento di oltre 100mila di jugoslavi: donne, uomini, vecchi, bambini, rastrellati nei villaggi bruciati con i lanciafiamme. Alcune migliaia di essi muoiono per fame e malattie. Lo scopo di Mussolini e del generale Roatta, ideatore di questo sistema concentrazionario, è eliminare qualsiasi appoggio popolare alla resistenza jugoslava insieme alla pulizia etnica utile a sostituire le popolazioni locali con italiani. L’8 settembre 1943, dopo l’annuncio dell’armistizio italo-anglo-americano, mentre le forze tedesche di stanza in Venezia Giulia, attaccano le forze armate italiane, inizia la sollevazione popolare nell'Istria, soprattutto tra Sloveni e Croati. Sotto la guida dei partigiani croati molti presidi militari sono disarmati e si creano i Comitati popolari di liberazione. Intanto che l’esercito tedesco procede a riconquistare la Zona d’operazioni del Litorale Adriatico (OZAK) dove li raggiungono i repubblichini della X MAS. Con le “foibe istriane” del settembre-ottobre 1943 cominciano violenze, inizialmente contro gerarchi e funzionari civili e militari del governo fascista, ma anche contro i civili della minoranza nazionale italiana, molti dei quali hanno collaborato ad opprimere la maggioranza croata e slovena. Le vittime delle foibe e nei campi jugoslavi sarebbero comprese tra le 3.000 e le 5.000. L'emigrazione della maggioranza dei cittadini di etnia e di lingua italiana si stima tra le 250mila e le 300mila persone tra il 1945 e il 1956. Tuttavia, né nei trattati di Parigi del 10 febbraio 1947, né nel dopoguerra i governi e De Gasperi sollevano la questione “foibe” anche per non riportare alla luce i crimini italiani in Jugoslavia, Albania, Grecia, Libia, Etiopia, Urss e Francia. Il Giorno del Ricordo ha dunque il merito di “obbligarci” a rileggere pagine orribili della storia nazionale. E, dunque, a ricordare, certo, ma a ricordare tutto.


