Secondo il report mensile sull’occupazione ISTAT di novembre 2023, abbiamo raggiunto la più alta quota di occupati mai registrata: 23 milioni e 743 mila lavoratori, con un tasso di occupazione al 61,8%. Crescono i contratti a tempo indeterminato, scendono quelli a termine (-1,9%). Rispetto a ottobre, ci sono 30mila occupati in più (+0,1%), e ben 24 mila sono donne: l’80% dell’incremento occupazionale mensile. Dov’è il trucco? 477mila dei 520 mila occupati in più registrati a novembre 2023 rispetto a novembre 2022 sono over 50. Dunque, il record di occupati nasce dalla stretta sulle pensioni ed è dovuto per il 92% ai baby boomer, quasi tutte donne, che hanno visto allontanarsi la pensione. Il contraltare è che gli inattivi sotto i 35 anni, nel mese di novembre, sono cresciuti di 61mila unità, portando il tasso di inattività al 33,1% con una discreta percentuale di giovani madri. Dati che parlano della qualità del lavoro, bassa come i salari. Meglio stare a casa che lavorare così. L’andamento degli ultimi 16 anni conferma questa tendenza. La percentuale degli occupati tra i 50-64enni è salita dal 46,2% di novembre 2007 al 64,1% del 2023. Quella dei lavoratori tra 25-34 anni è calata dal 70,7% del 2007 al 68,4% del 2023. Il Paese, comunque, è sempre più vecchio. Secondo il censimento ISTAT 2022, nel 2022 ad ogni bambino di età inferiore ai sei anni corrispondono oltre 5 anziani (5,6, per la precisione). Nel 1971 c’era un anziano per ogni bambino e il rapporto tra anziani, bambini e giovani era 46 over65 ogni 100 under15. Nel 2022 gli anziani sono circa il doppio degli under15 (193 su 100). L’Ocse, nel suo rapporto sull’Italia esprime preoccupazione per i costi futuri di sanità e pensioni che, con gli interessi sul debito, nel 2040 saranno il 4,5% del Pil. Circa 90 miliardi di euro in più. L’Italia non solo invecchia, ma si spopola. Il report “Popolazione residente e dinamica demografica” dell’Istat ci dice che nel 2022 la popolazione è scesa sotto la soglia dei 59milioni, con una riduzione rispetto all’anno precedente di quasi 33mila residenti. Ci dispiace per il governo che esorta le donne a diventare solerti fattrici e e per la ministra che antepone la natalità alle pari opportunità, ma non abbiamo speranze di invertire questa tendenza. A parte l’ovvia considerazione che, anche dandosi da fare subito, gli effetti non si vedrebbero prima della metà del secolo, c’è la diminuzione delle donne in età fertile, destinate a diminuire ancora. Le donne che oggi hanno 50-54 anni sono un po' più di 2milioni e 400mila; quelle di 30/34 anni sono quasi 1milione e 600mila; le bambine di 0/4 anni sono poco più di 1milione. Le politiche contro la precarizzazione del lavoro e quelle sui servizi per l’infanzia e per gli anziani (arriva un momento in cui le famiglie sono schiacciate fra la cura dei genitori anziani e dei figli) sono molto carenti, per usare un eufemismo. Secondo un Report della Camera dei Deputati, una donna su cinque lascia il lavoro all’arrivo del primo figlio, il 52% per esigenze di conciliazione e il 19% perché lo stipendio non vale un aiuto domestico. Le donne, infatti, guadagnano meno degli uomini, così come i giovani guadagnano meno degli anziani. Secondo l’Osservatorio sui lavoratori dipendenti del settore privato dell’INPS, nel 2022 gli stipendi aumentano continuamente al crescere dell’età, almeno fino alla classe 55–59, e sono costantemente più alti per gli uomini (in media 26.227 euro contro 18.305 euro per le donne). C’è poi, secondo i dati della Fondazione Migrantes una popolazione giovane che parte e non ritorna, spinta da un tasso di occupazione dei giovani 15-29 che in Italia nel 2020 è al 29,8% (46,1% per l’UE-27). E se 5,2milioni di stranieri sono regolarmente residenti in Italia (8,8% della popolazione) gli italiani residenti all'estero e iscritti all'AIRE (e non tutti lo sono) sono 5,8 milioni, il 9,8% degli oltre 58,9 milioni di italiani residenti in Italia. Gli italiani all'estero, che dal 2006 sono aumentati del 91%, sono per l’85% sotto i 50 anni: il 61% ha meno di 34 anni e il 24% ha fino a 49 anni. Il 48,2% dei cittadini italiani residenti all’estero è donna. Anche se i riflettori della propaganda sono puntati altrove – ad esempio sui migranti irregolari resi tali da una legislazione tesa a contenere il più possibile i flussi regolari e, dunque, ad accrescere il serbatoio dei ricattabili – l’unica via d’uscita è costruire per tutti, cittadini e migranti, uomini e donne, anziani e giovani, un mercato del lavoro non precario, umiliante e sottopagato e iniziare una politica industriale che preveda investimenti in ricerca e innovazione. Ma anche mettere mano a un sistema di welfare che sostenga nel quotidiano le persone e le famiglie in tutto il loro arco vitale. Non ci sono soldi? L’OCSE – per questo vituperato da giornali e politici come pericoloso estremista di sinistra – suggerisce di andarli a prendere da chi ce li ha: dai patrimoni (aumentare le tasse di successione e quelle sugli immobili), da un contributo di solidarietà a carico delle pensioni più elevate e non finanziate interamente dai contributi, dall’evasione fiscale (incoraggiare i pagamenti digitali, correggere le norme che hanno rivisto al ribasso i limiti per i pagamenti in contanti) e dal ripristino della progressività fiscale, evitando la flat tax che favorisce i contribuenti più ricchi. L’Oxfam è ancora più radicale. Eretico come pochi, suggerisce, guarda un po’, di tassare i grandi patrimoni. Secondo il Rapporto Oxfam Italia, a fine 2022, l’1% degli italiani più ricchi sotto il profilo patrimoniale deteneva una ricchezza 84 volte superiore a quella del 20% più povero della popolazione. E i divari non fanno che aumentare. Un’imposta sui grandi patrimoni per l’Italia potrebbe produrre risorse fino a 16 miliardi di euro all’anno. I soldi ci sono. Quelle che mancano sono le volontà e le strategie politiche.


