Quasi tutti conoscono il cosiddetto effetto farfalla. Il nome deriva da una conferenza di Edward Lorenz nel 1972: “Predictability: does the flap of a butterfly’s wings in Brazil set off a tornado in Texas?”. Il principio, che nei suoi sviluppi fa parte della teoria del caos (e qui la nostra scienza si ferma, ma non diteci che quello in cui ci sentiamo immersi non sia propriamente un gran caos), è grosso modo riassumibile nel fatto che piccole variazioni producono grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema. Che le variazioni ci siano pare indubbio, il fatto è che non sono davvero predicibili. Su scala umana (non, dunque, di molecole o di elettroni, cui invece si riferisce Lorenz), il problema è che i risultati di piccolissime azioni e interazioni possono anche essere notevoli sul lungo periodo, ma non sono prevedibili, né necessariamente coerenti con le intenzioni degli attori.
Fare, dunque, ma non sapere mai se quel che stai facendo servirà a quello che hai intenzione di fare. Meglio, allora, non pensare, né presumere di essere farfalle e rischiare di provocare - addirittura! - terremoti in Texas. Meglio ispirarsi al colibrì che nella favola africana fa la sua parte portando nel suo minuscolo becco alcune gocce d'acqua per spegnere l'incendio della foresta. Salverà un filo d'erba? una corolla? fallirà miseramente? darà inizio a un movimento collettivo che spegnerà - o almeno circoscriverà - l'incendio? lui non lo sa, non lo può sapere, non gli interessa saperlo. Lui fa la sua parte, e spera che serva. Di sicuro serve a lui: a dare un senso al suo volo.


