Il bancone del bar è il parlamento del popolo. Honoré de Balzac

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Calendario Civile – 20 febbraio 1958

2024-02-20 16:15

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Calendario Civile – 20 febbraio 1958

Il 20 febbraio 1958 il Parlamento approva la legge n.75, “Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituz

Il 20 febbraio 1958 il Parlamento approva la legge n.75, “Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui”. La prima firmataria è Angelina Merlin, socialista dal 1919, confinata in Sardegna, partigiana, madre costituente e infine senatrice e poi deputata. Nel 1948, mentre il Ministro degli Interni Mario Scelba vorrebbe rilasciare licenze di Polizia per l’apertura di nuove case di prostituzione, Merlin propone un progetto di legge che «intende togliere di mezzo lo sfruttamento che si fa della prostituzione, all’ombra delle leggi dello Stato, e ridare possibilità di scelta alle persone che, nelle case di tolleranza, hanno solo la libertà di alienarsi». Un progetto, dunque, contro la compravendita di sesso e per l’abolizione delle cosiddette “case chiuse” o “di tolleranza”, tanto sulla scia di quanto era già stato fatto in Francia nel 1946, su spinta dell’attivista (ed ex prostituta) Marthe Richard, quanto in osservanza alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che l’Italia sottoscrive entrando nell’ONU e per la quale si obbliga ad attuare «la repressione della tratta degli essere umani e lo sfruttamento della prostituzione». La legge 75/1958 non vieta la prostituzione in sé, ma abolisce la regolamentazione della prostituzione in Italia, avvia la lotta contro il favoreggiamento e lo sfruttamento della prostituzione ed ordina la chiusura delle case ove tale sfruttamento avveniva. L’esercizio della prostituzione non è sottoposto ad alcun tipo di controllo o permesso mentre il compito previsto per lo Stato è quello di istituire sistemi e strutture per favorire ed aiutare il reinserimento delle donne. Il progetto prevede, infatti, la creazione di istituti con il compito specifico di provvedere alla istruzione delle ex-prostitute per facilitare il loro inserimento nel mercato del lavoro. L’iter legislativo della legge dura ben dieci anni. Gli uomini, in Parlamento e fuori, sono molto restii a perdere uno spazio di potere. I lavori parlamentari sono segnati da duri scontri, incentrati soprattutto sulla convinzione – del resto anche oggi largamente condivisa – che la prostituzione sia ineliminabile e che, dunque, vada regolamentata. Secondo Lina Merlin, invece, «regolamentare la prostituzione non significa incanalarla perché non dilaghi, ma organizzarla e favorirla». Una forte lobby preme inoltre per mantenere attivo il grande affare delle "case chiuse". Una delle donne che vi lavora scrive a Merlin: «Sappia, illustrissima signora, che c'è stato un congresso di questi grandi mercenari di carne umana. I proprietari e le proprietarie di questi postriboli sono più forti del Governo». E ancora: «Hanno stanziato un capitale di circa sessanta milioni per convincere i deputati e i ministri, e sono certi che le case lei non riuscirà mai a farle chiudere». Il business coinvolge anche molti onorevoli, anche nel Partito Socialista. Quando la legge arriva in discussione in Parlamento, Merlin invita Pietro Nenni ad ordinare al partito di votare a favore. «Altrimenti – dice – farò i nomi dei compagni proprietari di casini». 

Ancora oggi la legge Merlin e l’abolizione delle “case di piacere” sono argomenti di dibattito: da Antonio Razzi che, nel 2017, quando è senatore per Forza Italia, mette in relazione la legge Merlin – che non favorisce lo “sfogo” maschile – con la violenza sulle donne, a Matteo Salvini che, allora come ora vicepresidente del Consiglio, nel 2019 ripropone l’apertura delle case per «togliere alle mafie, alle strade e al degrado questo business, anche dal punto di vista sanitario». Ci sono state e ci sono anche posizioni – come quelle di Pia Covre e Carla Corso negli anni Ottanta – che, in nome del credo neoliberale del farsi imprenditrici di sé stesse, propugnano l’abolizione della legge Merlin, la legalizzazione della prostituzione e il riconoscimento del lavoro sessuale, con tanto di diritti e doveri, permettendo alle lavoratrici e ai lavoratori del sesso di lavorare al chiuso insieme, di frequentare locali pubblici per cercare clienti. Una legalizzazione e regolamentazione che, secondo alcuni, renderebbe anche più facile alle forze dell’ordine individuare i casi di tratta e sfruttamento e combatterli. Allora come oggi, però, questo dibattito non riesce a distaccarsi dalla “necessità” ed “eternità” della prostituzione. La stessa definizione di mestiere più antico del mondo (che anche a un esame superficiale è facilmente riconoscibile come falsa) naturalizza il “bisogno” maschile di prostituzione – che invece a noi sembra il principale nodo problematico – ed oscura invece i grandi temi di un regime del desiderio sessuale previsto come solo maschile, che continua a presupporre una sessualità femminile al suo servizio, ed è inserito in pratiche di mercificazione di sé capitaliste e in multidimensionali asimmetrie di potere.

Oscura, insomma, il fatto che un mondo capitalista e patriarcale, violento, sessista e razzista, che un mondo/mercato di carne, intelligenze, organi, capacità, saperi umani in cui, fra l’altro, si compravende anche l’accesso ai corpi delle donne e alla loro disponibilità, complicità, cura affettiva, non è l’unico mondo possibile. C’è un mondo di desiderio reciproco, di libertà sessuale, di libero e mutuo dono di sé. C’è già, ma c’è ancora tanto da fare per allargare le sue porte per tutte e tutti.



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