Il 23 dicembre 1978 viene promulgata la legge n. 833 “Istituzione del servizio sanitario nazionale”, che sostituisce il sistema delle mutue (legate al posto di lavoro e con grandi differenze di assistenza) e riprende l’articolo 32 della Costituzione, in cui la salute è tutelata come «fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività», ragion per cui «garantisce cure gratuite agli indigenti» e introduce le dimensioni della prevenzione, della riabilitazione e della promozione della salute. Come la Costituzione, anche il SSN è in qualche modo figlio della Resistenza: ministra della Sanità al varo della riforma è Tina Anselmi, partigiana e prima donna a diventare ministra in Italia, nel 1976 (Ministra del Lavoro e della Previdenza Sociale). Nel 2000, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il nostro SSN è il secondo al mondo. Ci è anche assai invidiato, specialmente da Michael Moore (gli Stati Uniti sono più o meno ultimi in questa classifica). Ma, come avvertiva la stessa Tina Anselmi, «nessuna vittoria è irreversibile. Dopo aver vinto possiamo anche perdere, se viene meno la nostra vigilanza». E noi, nell’ubriacatura di neoliberismo che ancora non ci abbandona del tutto, abbiamo perso moltissimo. Dal 2010 al 2019 la sanità è stata definanziata per oltre 37miliardi. La spesa pro capite è 4.291 dollari (media Ocse, 4.986). Mancano circa 20 mila medici e 70 mila infermieri. Dagli ospedali e dal SSN è in atto una grande fuga verso il privato. Ma anche verso l’estero: ormai ci sono vere e proprie agenzie di reclutamento di personale sanitario per vari Paesi Europei. Non abbiamo alternative: dobbiamo vincere di nuovo. Ne va della salute.


